
Cultura popolare in Toscana:la tradizione della poesia estemporanea e del Maggio
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Tradizione della poesia estemporanea Nella Toscana rurale di un tempo non era difficile imbattersi in qualcuno che avesse il dono naturale di "cantare a braccio", o "cantare di poesia" per usare un'espressione più comune in Toscana, che fosse cioè capace di improvvisare canti su argomenti suggeriti solo qualche minuto prima, producendo nei casi più felici vere e proprie poesie cantate. Fino agli anni Sessanta si usava distinguere fra il "Cantar di scrittura" e il"Cantar di bernesco", ossia fra il cimentarsi nel canto su storie scritte da altri autori e la vera e propria improvvisazione dei temi. Gli improvvisatori erano infatti definiti anche "bernescanti", da Francesco Berni di Lamporecchio, divenuto famoso nel XVI secolo per possedere questa qualità e per l'acutezza delle sue esternazioni. Nella poesia estemporanea, mentre l'argomento cambia di volta in volta, a seconda anche della circostanza in cui avviene l'improvvisazione, il metro e la melodia sono sempre gli stessi e ricalcano gli schemi tradizionali tramandati da una generazione all'altra. Si tratta di ottave di endecasillabi, nella prima parte in rima alternata (ABABAB) e con i due versi di chiusura in rima baciata (CC). Il mondo rurale viene spesso definito e interpretato in termini di confronto, così anche queste improvvisazioni assumevano spesso la forma di "contrasti", come nel caso del Contadino e Corbellaio, intendendo con quest'ultimo colui che produceva cesti in castagno, o del Padrone e Contadino. Nel contrasto in ottava rima, due improvvisatori assumono un ruolo ciascuno e, opponendosi l'un l'altro in una serie di botta e risposta, espongono il loro modo di vedere sull'argomento trattato, come si può vedere negli esempi qui riportati. |
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![]() Nello Landi e Roberto Benigni in una riunione di "bernescanti" a Carmignano nel 1983 |
Le occasioni in cui cantar d'ottava erano le più varie, e spesso ciò avveniva, d'inverno, nelle veglie intorno al focolare e, d'estate, la sera sull'aia. I giovani avevano modo così di imparare facilmente e la trasmissione orale avveniva in maniera spontanea. Tra i maggiori esponenti di questa tradizione, nella Toscana dell'Ottocento, ebbero un'adeguata fama Beatrice di Pian degli Ontani e Pietro Frediani da Buti. Con la scomparsa della civiltà contadina, l'eredità di questa tradizione resta oggi patrimonio di pochi, e per lo più di persone anziane. E' solo in anni relativamente recenti che per fortuna si è iniziato a capire quanto sia importante la conservazione delle testimonianze di questa particolare forma di cultura popolare, ma ancora poco è stato fatto in questo senso. Fra i maggiori poeti improvvisatori toscani delle generazioni più recenti, che si incontravano fra loro in occasione di gare e "disturne poetiche" in vari luoghi dell'Italia centrale, cercando così di mantenere viva questa cultura, se ne ricordano alcuni ormai scomparsi ed altri ancora in vita. Fra i primi: Andreini di Prato, Cai di Bientina, Ceccherini di Firenze, Londi di Carmignano, Marcucci di Arezzo, Neri di Cascina, Piccardi di Castelfranco di Sopra, Rofi di Livorno, Romanelli di Arezzo, Seghetti di Montecarlo; fra i secondi: Banchi di Massa Marittima, Chechi di Grosseto, Grassi di Massa Marittima, Landi di Buti, Logli di Scandicci, Masi di Vinci, Mastacchini di Suvereto, Tonti di Agliana, Vannozzi di Cascina, Vietti di Montevarchi. Va inoltre ricordato Roberto Benigni, che prima di diventare il famoso attore comico che tutti conoscono, si dilettava proprio nel canto.dell'ottava improvvisata, partecipando spesso alle serate di poesia estemporanea organizzate in varie parti della Toscana. Di particolare rilievo è la fondazione, avvenuta nel 1998 a Grosseto, della LIPE (Lega Italiana Poesia Estemporanea), che ha cominciato a promuovere una serie di interessanti iniziative per il mantenimento di questa antica tradizione. |
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La tradizione del "cantar maggio" Con
il nome di "Maggio" si designano riti e manifestazioni differenti, uniti
però da una comune origine e ragion d'essere: la celebrazione della primavera,
il saluto alla nuova stagione, un rito agreste di fertilità di origini
antichissime, senza dubbio collegato al culto latino della dea Maja. Esso
era diffusissimo in tutta Italia e in buona parte dell'Europa e si è protratto
nel tempo senza effettive soluzioni di continuità, adeguandosi via via
alle varie condizioni ambientali, etniche e storiche, fino quasi ai giorni
nostri. |
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Centro ideale e materiale della festa di Calendimaggio è infatti il "maggio" o "majo", cioè l'albero o il ramo d'albero, nel quale le popolazioni primitive e rurali vedevano il simbolo del potere gemmativo e riproduttivo, sia nella natura sia nell'uomo. Nella notte fra il 30 aprile e il primo maggio gruppi di ragazzi e ragazze (libertà concessa occasionalmente a queste ultime solo in tale occasione) si recavano nei boschi a prendere o interi alberi o rami fioriti, che poi venivano piantati o davanti alle finestre della ragazza amata, ed equivalevano ad una dichiarazione d'amore, o davanti alla casa delle maggiori autorità del paese, o nel centro dell'aia o della piazza. L'albero era spesso adornato di fiori e nastri e, quello più importante, dei frutti della questua, che nella stessa notte del 30 aprile i maggiaioli avevano raccolto andando di casa in casa a "cantar maggio", augurando alle famiglie un anno prospero e ricco, se venivano dati loro dei doni, o lanciando maledizioni in caso contrario, come si capisce chiaramente da strofe del tipo: "se
al panier l'ovo portate ma
se il contadino non ha offerto nulla, gli si canterà: |